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02/12/2009 - Lavoro: CGIA, quasi un precario su due non ha titolo di studio

(Teleborsa) - Roma, 2 dic - In Italia il 45,9% dei precari, a differenza di quanto erroneamente si crede, ha conseguito al massimo la licenza media inferiore. Sono i più a rischio in questa fase di crisi economica. A denunciare questo dato è la CGIA di Mestre. Quasi un precario su 2 ha, al massimo, la licenza media. Su un totale di oltre 3.525.000 lavoratori senza un contratto di lavoro stabile, oltre 1.616.000 (pari al 45,9% del totale), non ha proseguito gli studi dopo il conseguimento della licenza media. In base ai dati della CGIA di Mestre viene ridimensionata la percezione, molto diffusa nel nostro paese, secondo la quale l'identikit del precario tipo è costituito da un giovane neo laureato/a. Quest'ultima categoria, evidenzia la CGIA, è una piccola minoranza che incide, sul totale nazionale, solo per il 15,8% (pari ad un valore assoluto di 557.166 unità). Alla percentuale dei laureati va aggiunto un altro 1,1% (pari a 38.814 unità) costituita da lavoratori instabili che hanno conseguito anche il diploma post laurea. ''Questi precari con basso titolo di studio, afferma il segretario degli artigiani mestrini Giuseppe Bortolussi, sono in questa fase di crisi economica quelli più a rischio. Nella stragrande maggioranza dei casi svolgono mansioni molto pesanti da un punto di vista fisico e sono presenti soprattutto nel settore della cura alla persona, in quello alberghiero, in quello della ristorazione e nell'agricoltura. Per questo ritengo che la formazione deve essere posta al centro di qualsiasi attività che abbia come scopo la professionalizzazione di tutti e in particolar modo di questi lavoratori''. Ritornando ai dati, su un totale di 3.525.672 precari è la Calabria, con il 23,3%, a presentare il valore più alto se viene preso come indicatore l'incidenza percentuale dei precari sul totale degli occupati presenti in ciascuna Regione. Seguono la Sicilia (22,1%), la Sardegna (21,3%), la Puglia (19,5%) e la Basilicata (17,2%). Chiude la classifica la Lombardia che, nonostante registri in termini assoluti il numero più elevato, presenta la percentuale più bassa sul totale degli occupati: 12%. Per quanto concerne i settori produttivi più investiti dalla precarietà al primo posto troviamo i servizi pubblici e sociali (28,1%), gli alberghi e i ristoranti (25,9%) e l'agricoltura (24,6%). Chiude l'intermediazione monetaria con l'8,9%.


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